SCRITTURA E TEOLOGIA

Come dobbiamo interpretare le Scritture e quindi come formulare le nostre dottrine?

Molti negano dottrine fondamentali del cristianesimo storico, come la Trinità oppure l’incarnazione di Cristo, semplicemente perchè nella Sacra Scrittura non vengono riportati esplicitamente tali termini.

Molti affermano ad esempio: “Non credo nella Trinità perchè nella Bibbia non compare mai il termina Trinità!”.

Sarà che questo atteggiamento interpretativo è corretto?

Onora il testo divinamente ispirato oppure lo recide, lo tronca, lo amputa, lo mozza, lo deturpa tralasciando insegnamenti vitali solo perchè non espressi direttamente nel testo, ma sono invece presentati in maniera indiretta, sottintesa, dedotta?

Tali personaggi infatti presumono di essere “fedeli” alla Bibbia solo perchè intepretano il testo in maniera strettamente letterale: “credo solo in ciò che la Bibbia mi mostra nero su bianco”.

Ma questa interpretazione “alla Tommaso” (“credo solo se vedo”) non è quello che la Bibbia stessa intende e presuppone, per poter interpretare correttamente la Scrittura stessa e quindi formulare correttamente le dottrine bibliche. 

Infatti il linguaggio che la Bibbia impiega, prevede almeno 3 livelli di interpretazione: quello esplicito (l’albero), quello implicito per linguaggio (le radici e i rami) e quello implicito per risultato (l’ombra e il frutto).

Banalizzando, un esempio potrebbe essere questo.

Un testo potrebbe parlare di un albero, scrivendo in modo esplicito la parola “albero” in una frase: “l’albero è alto”.

Oppure un testo potrebbe presupporre la presenza del tema “albero” senza citarlo direttamente, ma utilizzando un insieme di termini che appartengono alla “famiglia” linguistica correlata al tema “albero”: 

“le sue radici sono profonde ed i suoi rami sono ricchi di foglie”. Nota che in questo caso il termine “albero” NON è presente, ma è ovvio che l’autore sta argomentando circa un albero.

Il terzo caso è quello più sottile, forse più complesso, che merita più attenzione, ossia quello implicito per risultato. Pensiamo ad esempio alla frase: “Giovanni uscì in giardino, si riparò all’ombra e mangiò una mela che trovò lì caduta per terra”. In questo caso non è citato direttamente la parola “albero”, non sono nemmeno impiegati termini correlati al “mondo” degli alberi, ma sono presentati effetti, fenomeni, elementi che se considerati tutti insieme ci fanno dedurre che ci sia la presenza di un albero (di un melo, in questo caso specifico).

Pertanto prestiamo molta attenzione ogni volta che stiamo valutando una dottrina alla luce della Scrittura. Solo perché non è scritto “nero su bianco” un termine, non significa che quella verità non sia insegnata nella totalità della teologia biblica. 

Con frequenza gli autori biblici danno per scontato concetti pregressi, tematiche precedenti, dottrine già esposte, e quindi non stanno a chiarificarle ogni volta, ma usano un linguaggio apparentemente “velato”, confuso, indiretto (ad esempio gli scritti del Nuovo Testamento sviluppano le loro dottrine in continuità con quelle dell’Antico Testamento, dando per scontato che i lettori dell’epoca fossero familiari con certi testi e concetti veterotestamentari); quindi tale linguaggio è velato e confuso solo in apparenza, solo per noi lettori occidentali del 2022 perchè non siamo familiari con certi tipi di detti, di linguaggio, con certe idee bibliche, ossia non conosciamo bene come dovremmo l’Antico Testamento e tutta la Scrittura nella sua totalità (linguistica e teologica).   


Tematiche: Teologia sistematica

Manuel Morelli

Italiano, romagnolo, sposato con Jania e padre di Rebecca e Rachele. Dopo gli studi conseguiti in ingegneria a Bologna, studia teologia presso IFED Padova con i prof. Bolognesi, De Chirico e Simonnin; presso il London Seminary con i prof. James, Green, Simonnin e Williams e si specializza in ecclesiologia battista presso 9Marks con la chiesa Capitol Hill Baptist Church di Mark Dever, a Washington DC. Oggi è il pastore della chiesa evangelica battista “Solo Cristo” Ravenna – Italy.

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